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Ecco che io ti porto in dono: le parole instabili di un verso scritto a mano nella luce, nel colmo della grazia, del silenzio, rivolto a un viso; il tenero rumore di carta bene ripiegata, inchiostrata dopo la scrittura; la minuta saggezza delle dita, che seguono senza strappo la riga.
Per questo anche un po’ detestabile è tutto ciò che ho scritto: va piangendo senza amore verso tutte le altre cose, si sottrae aalla voce, preme, gonfio di un più tenero addio.

I cuori sembrano aprirsi un poco più all’alcool, anche se quella esperienza li può divorare, renderli estranei a se stessi, allegri però di quella sola malinconia che li fa tremare e piano toglie alla vita. Puoi ascoltare dentro il respiro il modo in cui sfrega la lingua sui denti per fare le parole, riprendere il nome alle cose, trasfigurarlo negli occhi, sottilmente fissando l’angolo cieco della stanza in cui sono. Non toccano più le cose intorno, ma i loro segni, che fanno rivolti come a se stessi nel gioco di uno specchio.
Così era l’uomo che ho visto sorridere mentre passavo entrando, ieri, fischiare a chiunque toccasse la porta, di lì dove si era messo di guardia, da solo al tavolo a lato dei vetri, col cuore allegro di un bimbo in stazione che faccia quei versi ad un treno in partenza. Non aveva bagagli. Un sacchetto di plastica giallo sotto la sedia teneva tra le gambe, dove ne raccoglieva anche altri, al riparo dagli occhi, come fosse un segreto leggero.
Fuori passavano rondini in cielo. Il piazzale di Principe era tagliato da un’ombra, fresca come in una buca vuota. La luce artificiale restava invece fissa sul muro alle spalle e schiariva le scritte.
Le quattro, un pomeriggio quasi d’estate. A nessuno pareva neppure strano pensare che fossero solo le rondini o qualche altro animale a quel modo a fischiare.

Piccola casa di tavole inchiodate dopo il bosco, in mezzo all’erba, sul prato in due diviso dal sentiero e più in là, qualche chilometro, i dirupi d’Appennino, i precipizi che scendono giù a mare.
Accanto, la fontana da una pietra rotta, dove tra i rametti salta un fresco filo d’acqua in bocca, dove spegnere la gola e tempie al sole, calde dopo la salita. Qui la strada nostra luccica nel primo mese bello dell’anno.
Luoghi, dei quali si sarebbe scritto bene con la fantasia, stupisce che esistano e si raggiungano senza saperlo, in un qualunque giorno, andati sulle tracce di una lepre, per gioco dietro al campanello di una capra forse ascoltato tra le foglie.

Tutti gli epigoni sono fastidiosi e * non è peggiore di altri, a mio modo di vedere. A chi dovrebbe interessare invece ciò che scrivo? A me, innanzi tutto, perché atto libero da volontà; poi a chi mi legge senza ricatto.
Che ci sia un’operazione sulla memoria nella scrittura? O sia possibile questa operazione solo in ciò che è, sul presente? – intendo dire, le cose sono in questi termini perché possano accadere? E ancora: tutto ciò deve per forza essere letto da qualcun altro?

Ci sono due modi almeno d’intendere ciò che ho scritto: chi ritrova la pratica di uno spirito veramente assiduo alla vita, ai significati, secondo qualche schema che gli è familiare e chi, al contrario, già capisce come ci si fonda tutti su quel vuoto solo, sull’impossibilità dei significati a colmarlo, dell’esperienza della maschera a dar forma chiara e forte nelle cose. Solo allora si rianima nel gioco di contrasti fatti sopra un’ansia metafisica, sostenuti poco, poi nuovamente cambiati.
Qualcuno invece si abbandona a una parvenza religiosa, qualcuno che racchiude tutto il senso nella Storia. Chiunque così si può salvare, anzi già è fatto salvo. Lì, per me, non c’è qualcosa che mi aspetti oltre il nulla, non coronamento di una fede laboriosa, non consolazione certo. Neppure vale a dire che per questa vanità si gode meno della propria vita o si perde tempo a rinfacciarla agli altri nel dolore. Qualunque sia la sofferenza viene nel nulla.

Le due cose in una cosa sola: non ci si vanta dei propri sentimenti ad offesa ricevuta.

Ripresa finalmente la stesura delle lettere a una ballerina di carillon. Mi accorgo anche stavolta di procedere a ritroso. Riscrivere tutto – questo il punto contro cui combattere. Bisogna invece raccontare ciò che è stato, attenersi ai documenti, scrupolosamente ai fatti, non fantasticare – questo il compito che ti sei assegnato.
Nel periodo migliore, certo, tutto era speranza: non hai nulla più da perdere. Devi solo ritornare dove ha chiuso in danza l’ultima girata, in piedi, la tua ballerina ora ritrovata di carta.

Passando stamattina presto di fronte alle finestre chiuse degli alberghi al lungomare, chiedevo un volto che non fosse come i tanti altri già straziato dalla troppa serietà alla vita, quando ho visto in terra un passero, coricato sopra un’ala, gli occhi chiusi, morto ai bordi della strada. Sembrava una santità caduta al cielo, lì com’era addormentato in una pace ben profonda, più della mia che anzi mi godevo a passeggio l’alba. Non portava nell’aspetto traccia di un dolore, tanto che sembrava avesse scelto quella posizione dove c’era meno sabbia, perché gli era parso ci sarebbe stato la mattina prima il sole.
Chissà perché si deve poi pensare che gli animali soffrano morendo, o perché solo siano uccisi. Chissà che invece in quel momento a loro sembri d’esser giunti solo a un dolore troppo forte e che li rende deboli per tutto – è per questo che si difendono fuggendo – o se mai qualcuno, già sapendo che sarebbe morto un giorno, cerca di capire allora cosa sia la morte senza che qualcuno gliela porti, come tante altre volte invece aveva già provato a scoprire dentro un’aria scura quel pericolo imminente.

a R., mio maestro elementare

 

 

Chi al giardino viene di tarda primavera posa gli occhi ormai sui fiori. Dura poco poi lo sguardo, basso in terra. Questa è la nostra lingua. Le spalle si coprono di vento. Fa un po’ freddo ancora e i vestiti trattengono la pioggia.
Sotto il muro un solco d’erba in cui si perdono le fragole selvatiche, le viole. Anche l’angelo di gesso adornato d’acqua dentro la fontana non è quello di una volta, che spruzzava dalla bocca in viso, all’aria, i primi giochi dell’estate. Non ha braccia. Son spariti dall’azzurro anche i suoi occhi.
Più nessuno ha ricordato questo appuntamento col maestro, nel cortile della scuola. Siamo grandi, hai visto? Le cose hanno preso il posto ai sogni. Cosa dicevamo andando via con gli anni? Ci saremmo prima a stento conosciuti per le strade, fermandoci a parlare, poi dimenticati, poi ad uno ad uno neanche più incontrati, ciascuno ben disposto in un’altra vita. Tutti insieme, vedi bene che non c’era modo di far meglio che venire qui a trovarlo almeno nello stesso giorno in maggio di ogni anno.
Che poi ci saremmo perduti già era scritto – è vero – perché in fondo eravamo come gli altri, anche se non volevamo, se ci credevamo rinforzati, ripetendo certe frasi prima nei diari, poi scrivendole per terra.
Non preoccuparti se un giorno o l’altro tu ed io neppure più verremo. Su questi bianchi grappoli di fiori e sugli altri gialli, sulle cataste di sedie, lastre di lavagna e banchi, sino a che non tolgono anche il muro per fare spazio ad altro, certo i nostri occhi un po’ si fermeranno. Non ci perderemo allora mai di vista dentro quei colori, ché se appena si potesse aguzzare gli occhi e vederli meglio, ci sarebbero le voci dentro, i gridi nei cortili, le corse a sfibrare il fiato, per sfuggirci, poi venirci incontro, ripetute come o chissà perché senza neanche lui sapesse quanto lo amavamo.

Una dolce parola più del sonno – tu la ascolti –, nome pronunciato per annichilire tutto, la vergogna e la memoria spente dentro i muri della casa, le finestre che sbattono dal vento preso sopra il fiume, frantumate, come le figure al vetro, dove ci si perde sul pendio della collina, in una solidità concreta e manuale delle cose, che poggia su radici antiche, proprio come fondamenta ai muri.
Invece – pensa – si potrebbe andare fieri di quel graffio dato appena al sole sopra la panchina, mentre si aspettava il treno, o fissare il tempo sotto una vernice spessa, accesa, lucidare a Reykjavík gli scafi, il ferro delle navi, scese lungo i loro solchi in mari freddi.
Ecco, uno smarrirsi, un filo d’acqua, o definitivamente un distinguersi per tutto, rinfrancati da una vera solitudine del corpo, tolto da ogni sforzo inutile a far qualcosa che si dica buona, solo finalmente, a far da sé qualcosa di teneramente bello.

Se quei fiori offrissero riparo solo agli insetti, quei fiori azzurri nati dentro il muro, salvi come l’anima nel corpo, cosa mai dovrei aspettarmi io dalle parole, dall’emanazione invisibile di quei suoni anche troppo incerti? Cosa avrei dovuto dire, o come, per raggiungere la bellezza stessa, fuor dell’esercizio poetico dell’arte, come avrei dovuto lodarla nella verità perché, una volta almeno, mi sembrasse certa?

A volte, svegliato d’improvviso a un sogno fastidioso o fantastico, levandomi a sedere in mezzo alle coperte, cerco rianimandomi pian piano gli occhi di qualcuno, la chiarezza limpida di quelli in un essere umano al mio fianco, quando si aprono dal sonno solo per guardare.
L’emozione che purifica è toccare le lenzuola invece fresche dove non si era avvolti, come fuor dell’acqua, a lato, vedendosi raccolte reti, corde, ami.

M’accapiglio riccioluto, cocciuto oggi come ieri – ecco perché crescono i capelli e non li taglio – senza mai portare un consiglio al sicuro, né occasione di profitto. Il tempo sembra neanche consumare questo sentimento, la sua forza spesa “per nulla” – direbbe meglio al mio posto “un altro” –, regalando qualche ingenuità. Per ragion di “sangue” o di “bene stare”: la polemica questione si dibatte con la vita.

Ci si può spiegare certo tutto (lo slancio e il suo contrario) col tentativo di sfuggire la “macchina”, l’automatismo fabbricato dalla Storia. Sembra, a tratti, quasi che distrarre lo sguardo solamente dia già tutte le ragioni, in nome di purezza o santità, di qualcosa che non sia soltanto dignitosa pratica d’esperienza e il suo accumulo. Ci si esalta nel dolore, allora nel pensiero della morte, si lotta contro gli stessi comuni interessi bene organizzati dal denaro. Ci si sente in fondo estranei a tutto in quella rovina.
È possibile rimanere in questo stato per il resto della vita.
Dobbiamo farci perdonare molto ancora, per primi da noi stessi.

Per ogni cosa che fai, dovresti fermarti a riscriverla parecchie volte di seguito, da capo, come si fissa seduti un oggetto conosciuto di fronte ai propri piedi, sino a perdere qualsiasi familiarità con esso. Solo allora riusciresti a dire veramente qualcosa di semplice per chi ti legge, qualcosa di universalmente vero e conosciuto, non ripetendo in nessuna forma le parole, non dovendo inventare immagini o metafore sorprendenti per dimostrare le tue ragioni. Avresti il dono convincente della semplicità e la meraviglia della scoperta. Non ti servirebbe altro.

Chiudo le pagine di un quaderno: parecchi anni fa scrivevo solo di paesaggi, figure prive di azione, colte fuori tempo, in lunghi momenti di assenza. Ripongo tutto dov’era, per non provare a ritornarci su, rivedere instancabilmente quei versi, cercando di esaltarli nello stile. Il loro massimo pregio, oggi, è solo di riportarmi al carattere di allora. So di averli ormai riscritti nel nuovo. Non potrei trovarci niente di diverso, come in una foto dell’estate da bambino, rivedrei il mio corpo nudo a mare, sotto il sole, un po’ più chiaro dell’acqua sempre nella stessa cicatrice al ginocchio.
La parola, invece, ha potere sulle cose, eppure il “nostro” dire non pare tanto autoritario: nomina le cose, les petits faits, non per diritto di catalogarle, ma per liberarle, quasi che dentro interstizi di spazio e silenzio, si nascondesse una volontà, qualcosa da svelare.
Non c’è solo tutta l’esperienza che facciamo in una parola (buccia di una mela rossa ecc.), c’è prima l’esperienza del segno, ciò in cui s’inscrive l’astratto e non è meno intraducibile, esclusiva. Per questo – penso – in ogni lingua si ridiscute da capo il mondo, come qualcosa che, in fondo, doveva essere in qualche modo detto.

Ancora sulla giornata del 14 Aprile: primo contatto telefonico con la mamma di Nika e l’invito ad andare da loro in Ucraina.
Ci scriveremo delle lettere, per ora: a me serve tempo per finire questo lavoro e organizzarmi.
Ho ripreso anche lo studio della lingua russa. Siamo tutti un po’ commossi di fronte a tante coincidenze.
Poi: «Conosci Yevtushenko?». Ricordare.

Perché dannarsi, in cerca di una casa dove ritornare, se tutto è familiare? Gli scalini in marmo a San Lorenzo, i portici a Sottoripa, i muri e le finestre della Foce. Stendersi beati sopra superfici tiepide di sole, goderle tutto un pomeriggio pieno d’Aprile, stare nel passaggio continuo degli sguardi, riguardare.
Capita, girando a caso, presi da sofferta contemplazione nei pensieri, di seguire anche le scie di cibo tra le porte che si aprono, come i cani, vedere l’odore di pesce dove s’infila il vento, ciechi in quel luccicare di pinne e squame sopra i banchi dentro il sale, con l’arsura entrare nel silenzio a riempire bocche e le stanze.
Eppure qui tutte le fatiche restano inconsolate, tutti gli amori taciuti per frivole ragioni d’esperienza, goduti mai a pieno. È la lenta distruzione di se stessi: accettare che qualcosa accada, senza aver potuto nulla, lasciarsi docilmente andare con il proprio peso all’acqua.

Le cause di uno stile non sono mai sinceramente volute, eppure non è per insincerità qui che le pratico, come non si potrebbe dire che il mio passo in strada sia troppo lungo, o corto per assecondare chi cammina accanto. Appoggio bene o male solo un piede, così come metto lingua e fiato sopra la parola.

Questo problema nuovamente è mio: non riesco a coordinare la scrittura col suo modo. Ciò che prima si schiarisce, torna presto a scomparire dietro uno stile, che soverchia significati mal disposti ad assecondarlo.
Ecco che sono un piccolo selvaggio nato dalla pietra, che esplora i propri segni e tutte le altre modificazione del tempo con il corpo, fa esperienza e si dà gusto al mondo, nel vivere. Mutandosi. Muovendosi. E ogni nuova lingua è un corpo, ogni stile un modo.

Com’è vero che è solo la terra che ci ha generati a scriverci, che non possiamo fingerci altrimenti, descrivendo i visi belli, le voci, i paesaggi di mare e di collina. Tutto è qui per trasfigurarci e insieme si confonde a quello che abbiamo tanto smaniato allora, sino a ricordarci dell’infanzia.

Hotel Cécil,
03.04.2008, Paris

 

 

In una Parigi tutta fiorita d’acqua e di vento contro il cuore – tra soprassalti e colpi a primavera in Marzo, chi la immaginava meglio da lontano? Chi un’altra, vista solo dentro gli occhi?
La schiena dà forma sino in fondo al materasso ad una meccanica rigida di molle, nel letto sfatto, dove hanno dormito insieme molti altri, molti che si sono amati una volta in più, in questa piccola pensione come da contratto, udendo a basso risciacquare i piatti dopo cena, le posate tese come ferri sugli asciugatoi d’ardesia, il rumore delle tazze a colazione e l’odore tiepido che viene dal café.
S’incontra prima o poi sui boulevard un volto, ci si riconosce per come s’era stati insieme, anche noi tante volte, presi come da una brezza sopra un fiore aperto.
Poi si guarda qui da sotto in su, verso il cielo, l’alta solitudine di un cortile interno a un quadrato di fessure, muri, le facciate di altre case, vaste come sepolcri arsi dal vento, scavati per rancore a voce da un Dio rauco, che tutto ha perduto per la giovinezza.
Anche noi ci prendemmo gioco di tutto – ci fu dato un tempo proprio per questo. Ora cade a pezzi, tutto non soltanto le vernici ai vetri, ma – tocca a me dirlo – tutto ancora è scosso da quel tremito, il cuore alla prima sciocchezza passeggera ride, al colore di una sposa, al luccicare verso sera di una stella, alla gamba affaticata che fa scricchiolare i legni sulle scale, con un passo diseguale.
Allora, messo lì tra gli altri che dormono, nella trina più ruvida del mondo, non sai se sia in difetto il tempo, se la notte sarà terrena sopra quella casa bianca che ricordi, se sia quello il proprio volto dato alla miseria o un altro ancora, se metta sì radici meglio un’arte complicata o pura e tanto diversa e migliore da quella che s’incontra e non sai neppure con che altri occhi dai tuoi possa guardarsi il volto rispecchiato in una gioia tanto terrena.

Beffardo telegramma in sciolti endecasillabi, scritto in bella copia subito e pieno d’incertezza: non nascondo che mi tormentava leggerti nel pietrificato verso, nelle spaccature, quando non volevi si capisse ciò in cui ti scrivevi – graffiavi, allora disfacevi tutto, terra in anni accumulata sotto le unghie, vertigine entrata negli occhi ti portava via –, stesso timbro di un ultimo segnale mal recapitato da una radio in città di guerra.
Invece era così che la tua voce, data come mani in un traffico di cose, si compiva incredula e cruciale, nell’aria intorno al viso, conformava la tristezza – già ne faceva un poco parte l’irascibile dolcezza dei colpi brevi della tosse che frantumano il discorso.
Le parole con lo stesso tono ora squillano da mille e altri più telefoni impazziti. Io andavo ad ascoltarti sotto muri carichi di neve, nel lavoro, agitando le dita tra numeri e coincidenze.

Felici di stare seduti di fronte al mare per terminare la conversazione: delle cose, come dell’acqua, ci piace guardare la superficie, sterminata. Nasce da ciò l’idea che, come le parole, sono impregnate di un certo ingegno che le esalta. Insomma, la vita interiore, la vita “in astratto”, segna veri progressi guardando dagli occhi.

Tutta questa scrittura è dunque uno sforzo a legare i vivi coi morti, legarli stretti e bene oltre il ricordo? Un modo che non salva nessuno dunque, che ci ripugna perché vorremmo di certe cose dimenticare e meglio cominciare daccapo, altrove.

Questa mattina a Tübingen piove, eppure c’è come un’aria fiamminga sulle cose di sempre e sfugge al traffico in colonna dei veicoli sul Neckarbrucke, viene su da una luce sfuocata intorno alla finestra, poi si ravviva intorno alla lampada del tavolo, si raccoglie e fa brillare carte e fiori alle pareti della stanza.
Mi sono alzato presto e ho ripreso a scrivere dal punto interrotto ieri notte, proprio come ci si mette in strada e in cammino nel punto esatto in cui ci si è fermati a riposare.
In cucina si è parlato a lungo prima, di niente, a voce spenta, tra bassorilievi di posate e stoviglie nella schiuma di sapone, facendole tremare con il fiato, scuotendo bolle intatte, gonfie ancora del silenzio della notte. Tutta qui la nostra gioia e bella anche di giornate al sole che verranno e faranno spazio al talento più randagio di conversazioni, quando ci risentiremo a poco o nulla, sostenendo un’idea raccolta all’improvviso, quando ascolteremo sopra i tetti alle stazioni fischiare in partenza i treni. Allora, noi dove andremo? Di chi altro prenderemo le parti? A chi di nuovo giungeremo sillabando contro l’umido dei vetri zu-sammen mit some-one? Ci assenteremo però dal mondo, in quella nostra felicità silenziosa, che sarà compiuta allora, sorvegliando i movimenti senza intervenire. Avremo anche parlato poco e a voce bassa. Chi ci ha fatto le domande giuste: noi non avevamo la risposta.

Ti getteresti in braccio a Dio volentieri come tra le braccia di un Amore, di cui non ti hanno detto il nome; gli scriveresti parole come da un confino troppo duro la preghiera che non ti abbandoni il suo amore alla donna che ti è cara e lontana, a colei da cui ti hanno diviso, mentre vuoi dimenticare il resto e solo ricordare ciò che ha valore. Invece, vivi del rimorso di non essere capace d’inventarti qualcosa tanto grande da non smettere l’Amore, qualcosa che disponga al bene al solo cenno del suo nome e insieme accetti questa solitudine dell’anima come già in quella del corpo, con un desiderio che sovrasta ogni dolore.

Stasera, dal letto, pensa che c’è un ombelico vuoto, largo milioni di anni lassù, perché il tempo e lo spazio sono insieme una volta sola. Scomparirà la febbre, avrai solo il fremito caldo della bellezza sulle due tempie, il peso del sonno perduto, la malattia delle cose scompariranno.

Siamo invisibili in queste parole, che solo dicono e solo si ascoltano, certo non meglio scritte per farsi corpo.
Qualcosa di immateriale le escogita per trattenerci da questa parte. Un tripudio d’aria frantuma gli specchi, una festa di pioggia tocca le labbra.
Si scrive a tempo allora, ciascuno, per tenere alto il vibrato a questa comune corda sospesa, conforto dei vivi sui morti.

Meraviglie scoperte negli scritti di Lucio Fontana.
Poi: gli angeli hanno una sembianza? Ci si chiede qualcosa, come l’avessimo saputa un tempo.